“Qualora il coniuge superstite abbia tutti i requisiti per percepire la pensione di reversibilità al fine della liquidazione del trattamento si deve tenere conto della durata del matrimonio e dell’ulteriore elemento rappresentato dalla convivenza prematrimoniale”.

Così ha stabilito la Corte di Cassazione con la recente ordinanza n. 5268/2020.

 

Ma perché sono stati necessari questi chiarimenti?

Lui muore e, a tirarsi i capelli, sono l’ex moglie e quella superstite.

Il caso: Tizio divorzia da Caia riconoscendole un assegno di mantenimento. Successivamente inizia a convivere con la nuova compagna e, solo dopo diversi anni, si risposa. Tizio viene a mancare.

 

A chi va la pensione di reversibilità?

L’art. 29 della Legge sul divorzio prevede l’attribuzione di una quota di pensione all’ex coniuge, anche nell’ipotesi in cui il defunto abbia contratto un nuovo matrimonio.

 

Come identificare la misura di tale quota?

Il principio generalmente accolto è quello di far riferimento alla “durata del matrimonio”.

Tuttavia, i giudici ermellini (quelli che stanno in Cassazione!), ci insegnano che, per essere equi, bisogna guardare, sì alla durata dei rispettivi matrimoni, ma anche:

  1. alla durata delle convivenze prematrimoniali (solo se serie! Quelle di cui può provarsi la stabilità e l’effettività della comunione di vita in quel periodo, Cass. n. 26358/2011);
  2. all’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge;
  3. alle condizioni economiche del coniuge superstite e del defunto prima della sua morte.

Infatti, la ratio della norma è quella di consentire la continuazione del sostegno economico a cui il defunto contribuiva, in vita, nei confronti dell’ex coniuge e del coniuge convivente.

Nel primo caso, tramite il pagamento dell’assegno di divorzio; nel secondo, con la condivisione dei propri beni con il coniuge convivente.

 

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