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Restrizioni Covid-19 (Lombardia)

Restrizioni Covid-19 (Lombardia)

Con l'autunno, arrivano le nuove restrizioni Covid-19.Clicca qui per l'ordinanza in vigore per la Lombardia e per l'autocertificazione, da fonti ufficiali. OMINTESAconRegioneLombardiaDownload modello_autodichiarazione_editabile_ottobre_2020Download

Se affittano casa tua? È possibile ma…

Se affittano casa tua? È possibile ma…

“Il contratto di locazione di immobile può essere legittimamente stipulato anche con soggetto locatore non proprietario del cespite, con conseguente diritto dello stesso a percepirne le relative controprestazioni. Pertanto, quest’ultimo deve soddisfare il diritto del...

IL DESIGN CHE CONQUISTA IL SETTORE LEGALE

IL DESIGN CHE CONQUISTA IL SETTORE LEGALE

“Gli Esempi pratici elaborati nella sezione 5 dell'Appendice M non sembrano, nel loro contesto, semplici extra opzionali, ma piuttosto come parti integranti delle clausole contrattuali che spiegano come tale adeguamento deve essere calcolato. Ignorarli...

Curatore fallimentare vs Creditore fondiario

Curatore fallimentare vs Creditore fondiario

“Ai fini della liquidazione del compenso al curatore del fallimento ex art. 39 L. Fall., non può ricomprendersi nel concetto di “attivo realizzato”, alla cui entità ragguagliare le percentuali previste dal D.M. n. 30 del 2012, il valore dell’immobile liquidato nella...

Caro Giudice, attivati!

Caro Giudice, attivati!

"Il giudice di merito non è un mero registratore passivo di quanto dichiarato dal testimone, ma un soggetto attivo e partecipe dell’escussione testimoniale". Così, la Suprema Corte ha stabilito con l’ordinanza n. 17981/20, depositata lo scorso 28 agosto. La decisione...

Che fine fanno i debiti della società estinta?

Che fine fanno i debiti della società estinta?

“In tema di effetti della cancellazione di società di capitali dal registro delle imprese nei confronti dei creditori sociali insoddisfatti, ferma comunque la legittimazione dei soci in quanto successori della società estinta, dei cui debiti essi rispondono secondo lo...

Non versa tutto l’assegno di mantenimento. E’ reato? Attenzione ai nuovi accordi intervenuti tra gli ex

Non versa tutto l’assegno di mantenimento. E’ reato? Attenzione ai nuovi accordi intervenuti tra gli ex

Non è configurabile il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare in caso di separazione o di scioglimento del matrimonio di cui all’art. 570-bis cod. pen., qualora l’agente si sia attenuto agli impegni assunti con l’ex coniuge per mezzo di un accordo transattivo, non omologato dall’autorità giudiziaria, modificativo delle statuizioni sui rapporti patrimoniali contente in un precedente provvedimento giudiziale”.

La Cassazione penale ha esaminato, di recente, il caso di due coniugi che, dopo il divorzio, a fronte del peggioramento delle condizioni economiche dell’ex marito, decidevano di ridurre l’assegno di mantenimento mensile dei tre figli, da euro 1.111,77 ad euro 800,00.

Tale accordo, però, non veniva fatto omologare avanti al Giudice.

Nel momento in cui l’ex marito si trova a poter versare solo una somma di poco inferiore a quella concordata (i.e. euro 770,00), la donna lo denunciava per il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 bis c.p.).

L’uomo veniva condannato in primo ed in secondo grado.

Tuttavia, la decisione veniva completamente riformata dalla Cassazione che riteneva non configurabile alcun reato, atteso che l’accordo tra gli ex coniugi era valido e non contenente clausole lesive degli interessi dei beneficiari del mantenimento.

La sentenza in commento è la n. 5236/2020.

Se affittano casa tua? È possibile ma…

Se affittano casa tua? È possibile ma…

Il contratto di locazione di immobile può essere legittimamente stipulato anche con soggetto locatore non proprietario del cespite, con conseguente diritto dello stesso a percepirne le relative controprestazioni.
Pertanto, quest’ultimo deve soddisfare il diritto del conduttore a godere pacificamente dell’immobile, in caso contrario, risulta inadempiente per una delle sue principali obbligazioni (art.1575 c.c.), quindi, risponderà dei danni eventualmente scaturenti”.


Se ti è venuta la pelle d’oca leggendo questa massima tratta da una recente sentenza del Tribunale di Roma, 17 aprile 2020, è normale.

Ma è anche vero che esiste il caso della “locazione a non domino”, ossia della locazione di cosa altrui.

Il nostro ordinamento, con alcune limitazioni, lo ammette, in quanto la locazione è un contratto ad efficacia obbligatoria.

Cosa significa?

È l’attitudine del contratto a creare obblighi reciproci, a prescindere da eventuali ulteriori effetti reali che possano determinarsi in base ad esso.

L’efficacia di questi contratti è solo tra le parti e, quindi, per tornare al caso di specie, tra conduttore e locatore, anche se questi non è proprietario dell’immobile.

Ne discende che il contratto di locazione è perfettamente valido ed efficace tra conduttore e locatore, ma inefficace nei confronti del proprietario, con tutte le correlate conseguenze.

Così infatti ha stabilito la Cassazione civile sez. VI 05/06/2019, n. 15292: “Salvo il caso in cui ne abbia acquisito illecitamente la detenzione, la mancata disponibilità (giuridica o di fatto) del bene da parte del locatore integra un difetto di legittimazione alla stipula del contratto di locazione, dal quale discende non già la nullità, ma la mera inefficacia del contratto medesimo, nei soli rapporti con l’effettivo legittimato”.

Per ogni ed ulteriore approfondimento siamo a disposizione. Ricordatevi che è giusto informarsi ma, poi, ogni caso va debitamente valutato tenendo conto di tutte le sue peculiarità.

IL DESIGN CHE CONQUISTA IL SETTORE LEGALE

IL DESIGN CHE CONQUISTA IL SETTORE LEGALE

“Gli Esempi pratici elaborati nella sezione 5 dell’Appendice M non sembrano, nel loro contesto, semplici extra opzionali, ma piuttosto come parti integranti delle clausole contrattuali che spiegano come tale adeguamento deve essere calcolato. Ignorarli significherebbe, a mio giudizio, riscrivere il contratto che le parti hanno stipulato”.



Scrive il giudice Richard Salter QC in Altera Voyageur Production Ltd v Premier Oil E&P UK Ltd [2020] EWHC 1891 (Comm) (17 July 2020).

Questa sentenza, pubblicata dall’Alta Corte di Giustizia di England and Wales, lo scorso 17 luglio, conferma una mia tesi.

Il design sta irrompendo anche nel settore giuridico.

Le illustrazioni, le tabelle, gli schemi ed i grafici inseriti nei contratti, a scopo esemplificativo di alcune clausole presenti, secondo i giudici inglesi, devono considerarsi parte integrante della clausola contrattuale a cui si riferiscono, necessari per la corretta ed univoca interpretazione della stessa.

Non un semplice extra opzionale, quindi.

Anche perché il più delle volte le parti ripongono fiducia proprio in quegli schemi, essendo oggetto di trattativa e immediatamente comprensibili a chiunque, anche senza una specifica preparazione giuridica.

Il caso in giurisprudenza (inglese) non è isolato.

Un precedente simile, relativo non ad un contratto commerciale ma finanziario, è il caso Starbev (Starbev GP Ltd v Interbrew Central European Holdings BV (judge Blair J).

Qui il Giudice Blair J. aveva stabilito che: “non vi è alcun motivo per cui illustrazioni o esempi debbano essere interpretati in modo diverso da qualsiasi altro termine in un contratto”.

Curatore fallimentare vs Creditore fondiario

Curatore fallimentare vs Creditore fondiario

“Ai fini della liquidazione del compenso al curatore del fallimento ex art. 39 L. Fall., non può ricomprendersi nel concetto di “attivo realizzato”, alla cui entità ragguagliare le percentuali previste dal D.M. n. 30 del 2012, il valore dell’immobile liquidato nella procedura esecutiva promossa dal creditore fondiario”.


Così la quarta sezione della Cassazione Civile, con l’ordinanza n. 1175 del 21/01/2020, ha affrontato nuovamente il tema della liquidazione del compenso dovuto al Curatore Fallimentare, confermando un già consolidato orientamento.

In particolare, ha stabilito che la base di calcolo per quantificare il compenso dovuto al Professionista in sede fallimentare non può tenere conto del valore di immobili del fallito alienati in sede di esecuzione immobiliare promossa dal creditore fondiario.

Perché?

I compensi del Curatori sono parametrati agli sforzi dello stesso a far ottenere una concreta utilità alla massa dei creditori.

Pertanto, avrà diritto a maggiori compensi solo se ha avuto un ruolo attivo nell’espropriazione, al fine di agevolare la vendita.

Nel caso di cui Vi parlo, oggi, la Corte ha riconosciuto tale diritto al Curatore Fallimentare che:
• era intervenuto per conto del fallimento nella procedura esecutiva;
• aveva sostenuto alle spese di manutenzione dell’unità immobiliare;
• ne aveva gestito la locazione;
• curando tutte le incombenze fiscali connesse a tali attività ed alla vendita.

Il definitivo assorbe il preliminare, non per tutti è scontato

Il definitivo assorbe il preliminare, non per tutti è scontato

“Nel caso in cui le parti, dopo avere stipulato un contratto preliminare, abbiano stipulato il contratto definitivo, quest’ultimo costituisce l’unica fonte dei diritti e delle obbligazioni inerenti al negozio voluto, in quanto il contratto preliminare, determinando soltanto l’obbligo reciproco della stipulazione del contratto definitivo, resta superato da questo, la cui disciplina può anche non conformarsi a quella del preliminare, salvo che le parti non abbiano espressamente previsto che essa sopravviva “ (Cassazione civile sez. II, 14/03/2018, n.6223).

Sembra ovvio ma non lo è.

Il nodo della questione.
Lo scopo del definitivo è realizzare l‘assetto di interessi stabilito nel preliminare o si riduce ad un atto di adempimento dell’effetto obbligatorio stabilito nel preliminare?
Accogliendo il primo orientamento si può sostenere che il definitivo prevale sul preliminare; abbracciando la seconda interpretazione, ogni difformità tra i due atti porterà ad eventuali richieste invalidanti del definitivo che fosse difforme.

Dalla scelta dell’una o dell’altra soluzione derivano, quindi, conseguenze pratiche importanti. Si pensi, ad esempio, se, dopo la conclusione del preliminare, una delle parti divenisse incapace di agire. Quale la sorte del definitivo?

Vi parlo, allora, due casi arrivati fino in Cassazione nel 2017 e nel 2018.

Il primo. Deciso nel dicembre 2017.
Il ricorrente ha esposto di aver concluso un preliminare di vendita di un immobile e di aver pattuito un prezzo di Euro 300.000,00, con versamento di una somma a titolo di acconto e di caparra confirmatoria. Nel definitivo concluso avanti al notaio, le parti concordavano il prezzo di Euro 170.000,00.
Senonché, Tizio e Caia erano riusciti a farsi pagare, successivamente al definitivo, l’ulteriore somma di Euro 130.000,00, raggiungendo così il prezzo di Euro 300.000,00 originariamente previsto nel preliminare.
L’acquirente, perciò, conveniva in giudizio i venditori chiedendo la restituzione della maggior somma rispetto al prezzo convenuto nel contratto definitivo che, a suo dire, non trovava giustificazione. Dall’altra parte, i convenuti eccepivano che la somma versata corrispondeva a quella prevista nella originaria proposta e nel preliminare, e che per prassi diffusa il prezzo dichiarato nel definitivo era sempre inferiore rispetto a quello indicato nel preliminare per motivi anche fiscali.

Nel secondo caso, affrontato nel marzo 2018, dalla Cassazione, le parti hanno lamentato reciproci inadempimenti; in particolare, la promissaria acquirente ha lamentato una difformità nell’oggetto del definitivo rispetto a quello del preliminare, essendo rimaste escluse nel primo alcune aree indicate, invece, in quest’ultimo. Per tale ragione, essa ha sostenuto che vi fosse stato un inadempimento del promittente venditore.

In entrambi i giudizi, la corte di legittimità ha concluso stabilendo che il definitivo assorbe il preliminare e costituisce l’unica fonte dei diritti e degli obblighi delle parti.

Se avete casi simili o dubbi e volete sottoporli allo Studio, potete scriverci info@rattistudiolegale.com.

L’accordo restitutorio: ti intesto la casa ma, poi, me la ‘restituisci’

L’accordo restitutorio: ti intesto la casa ma, poi, me la ‘restituisci’

“L’obbligo di ritrasferimento che trae le sue origini da un pactum fiduciae concluso oralmente, può rinvenire autonoma fonte in una dichiarazione unilaterale, qualora essa contenga la chiara enunciazione dell’impegno attuale del soggetto ad effettuare una determinata prestazione in favore di altro soggetto, ai sensi dell’art. 1174 c.c. Il riferimento alla causa di questo impegno, indicata nel negozio fiduciario intercorso tra le parti, non rileva ai soli fini dell’astrazione processuale, ma è idoneo a dare liceità causale e meritevolezza all’impegno assunto con l’atto unilaterale. L’assenza di forma scritta rileva ai soli fini probatori e non incide sulla legittimità dell’atto”.

Così, nel mese di luglio, ha stabilito la Cassazione civile con l’ordinanza n.15385.

Il caso.

Dopo aver condotto le trattative per la compravendita ed aver corrisposto il prezzo, un padre intestava, solo per motivi fiscali, l’immobile al figlio.

A distanza di anni il padre lo conveniva in giudizio per far accertare di essere il reale proprietario dell’immobile.

Il figlio si opponeva alla richiesta paterna e chiedeva al Tribunale, in caso di accoglimento della domanda, quantomeno di condannare il padre alla restituzione di tutte le somme versate a titolo di imposte e spese.

Il padre aveva la meglio in giudizio ma il figlio non si dava per vinto; impugnava la sentenza lamentando che non vi era alcun accordo scritto, tra i due, in cui fosse chiaro ed evidente il suo impegno alla restituzione dell’immobile.

Inutile dire che il caso è durato anni, fino ad arrivare in Cassazione; i giudici ermellini si sono potuti così confrontare su un tema di estrema attualità: il patto fiduciario.

L’esito è quello in epigrafe.

Non è necessario un atto bilaterale e scritto coevo all’acquisto dell’immobile, ben potendo provarsi l’accordo restitutorio anche con altre forme.

Per ovvie ragioni editoriali, abbiamo semplificato al massimo la vicenda ma siamo a disposizione per ogni approfondimento.

L’Ospedale che mantiene i figli indesiderati

L’Ospedale che mantiene i figli indesiderati

“In tema di responsabilità professionale del medico, costituisce inadempimento qualificato del sanitario l’omessa o inesatta informazione sui profili di incertezza circa la non irreversibilità di un intervento di sterilizzazione, essendo tenuto il medico, anche in relazione alla specificità dell’obbiettivo perseguito dalla paziente, a fornire informazioni non meramente generiche, così da consentire all’interessata di adottare, nel successivo decorso del tempo le opportune misure e gli utili accertamenti e controlli clinici, atti ad impedire gravidanze non volute”.

Così ha stabilito la Corte di Cassazione, nella sentenza 24109/2013, recentemente ribadita dal Tribunale di Brescia.

Secondo il Giudice, infatti, l’Ospedale dovrà farsi carico del mantenimento di una bimba di una coppia, a causa dell’erronea esecuzione di un intervento di sterilizzazione e di una carente informativa.

Dopo il terzo figlio, la coppia bresciana aveva deciso di optare per la sterilizzazione tubarica.

Dopo due anni, però, la donna rimaneva nuovamente incinta e partoriva suo malgrado una bambina.

I genitori si rivolgevano al Tribunale e, all’esito del lungo giudizio in cui veniva accertato il fallimento dell’intervento chirurgico, veniva loro riconosciuta la lesione del diritto costituzionale di autodeterminazione, in relazione alla legittima scelta di prevenire future nascite.

La struttura è stata, quindi, condannata a pagare alla coppia la somma di € 900.000,00, quale concorso al mantenimento della bambina fino ai suoi 25 anni, mediante assegni mensili di € 300,00.

Di questo caso ne hanno parlato pure Il Sole 24 Ore e Repubblica.

Caro Giudice, attivati!

Caro Giudice, attivati!

“Il giudice di merito non è un mero registratore passivo di quanto dichiarato dal testimone, ma un soggetto attivo e partecipe dell’escussione testimoniale”.

Così, la Suprema Corte ha stabilito con l’ordinanza n. 17981/20, depositata lo scorso 28 agosto.

La decisione riguarda la richiesta di risarcimento dei danni, rivolta ad una compagnia assicurativa, da parte del danneggiato coinvolto in un incidente stradale.

La domanda veniva respinta per insufficienza di prova, sia in primo grado che in appello, sulla scorta del fatto che, nel caso di sinistro causato da veicolo non identificato (come accaduto nel caso concreto), la prova dell’accadimento storico deve valutarsi in modo più rigoroso.

Il danneggiato non si dava per vinto e impugnava la sentenza della Corte d’appello di Salerno.

E, tra i vari motivi del ricorso per cassazione, lamentava l’atteggiamento passivo assunto dal Giudice di merito durante la deposizione resa in giudizio dall’unico teste escusso, che si era limitato a confermare la rispondenza al vero delle circostanze oggetto dei capitoli di prova.

Non solo.

Il Giudice, oltre a non chiedere chiarimenti al teste, non aveva nemmeno esaminato i documenti prodotti in atti per fondare o meno il proprio convincimento.

La Corte di Cassazione ha, quindi, colto l’occasione per richiamare un principio base del processo civile.

Che fine fanno i debiti della società estinta?

Che fine fanno i debiti della società estinta?

“In tema di effetti della cancellazione di società di capitali dal registro delle imprese nei confronti dei creditori sociali insoddisfatti, ferma comunque la legittimazione dei soci in quanto successori della società estinta, dei cui debiti essi rispondono secondo lo statuto della propria responsabilità, il disposto dell’art. 2495 c.c., comma 2, implica che, rispondendo i soci nei limiti di quanto riscosso a seguito della liquidazione, grava sul creditore l’onere della prova circa la distribuzione dell’attivo sociale e la riscossione di una quota di esso in base al bilancio finale di liquidazione, trattandosi di elemento della fattispecie costitutiva del diritto azionato dal creditore nei confronti del socio” (Cassazione civile sez. I, 06/12/2019, n.31933).

Sia essa società di persone o di capitali, al momento della sua cancellazione dal registro delle imprese, le obbligazioni passano in capo ai soci, personalmente, secondo un fenomeno successorio stabilito dall’art. 2495 cc.

E ciò al fine di tutelare i creditori sociali.

Ma entro quali limiti rispondono i soci nei loro confronti?

Il Tribunale di Roma, con la recente decisione del 14.04.2020, precisa che il socio limitatamente responsabile dovrà rispondere dei debiti sociali pregressi, nei limiti di quanto dallo stesso riscosso, al momento della liquidazione.

Tuttavia, l’onere della prova della distribuzione e dell’incasso di quote da parte del socio sarà a carico del creditore (art. 2697 cc).

Probatio diabolica?